mercoledì 16 novembre 2022
sabato 5 novembre 2022
mercoledì 2 novembre 2022
Una sapiente recensione di Carolina dei Franci che ha colto perfettamente lo spirito de L'ESTATE DI MIMI'
La parola chiave di questo romanzo? Nostalgia. Non saprei
trovarne un’altra per definirlo. Ogni
romanzo ha secondo me una parola che lo racchiude, così “Berta Isla “ di Marias
ha “menzogna”, “Patria” di Aramburu “Perdono”,
Una vita come tante” di Yanagihara “amicizia” e così via. Ecco Nostalgia è la linea sottile che
percorre tutto il romanzo, dall’inizio alla fine, anche se non viene mai detto
apertamente.
Chi è nato in un luogo e poi
è vissuto in un altro, o chi semplicemente è stato felice in un luogo da
cui è dovuto andare via, sa benissimo di cosa parlo. Così Mimì è calabrese e della sua terra porta dentro
impressi i colori, i sapori, i suoni: la sua vita fiorentina si è semplicemente
sovrapposta sull’altra, come un velo pronto a sollevarsi al minimo spirare di
un ricordo. Mimì non è un uomo felice:
il matrimonio è stato un disastro, la relazione con la collega Marina idem, la
figlia è lontana in tutti i sensi anche perché giovane e, giustamente, egoista,
il lavoro non lo soddisfa. Il ritorno a San Gregorio è per lui come una terapia
del dolore e della disillusione. Si immerge nel paese e, pur nei cambiamenti,
ritrova quella parte di sé che a Firenze aveva prima nascosto, per inserirsi, e
alla fine un pochino smarrito. Ed ecco che, riappare quasi dal nulla Ciccina, la bella, intrigante e inarrivabile
Franca col suo maglioncino turchese, pronto ad esplodere nell’immaginario dei
giovani maschi del paese, tutti
innamorati di lei senza speranza. E poi le ragazze del piano di sopra
inconsapevoli, o forse no, del loro potere seduttivo dovuto alla giovinezza
prorompente nei confronti di Mimì, che appare ai loro occhi una facile preda.
Gli amici del bar della piazza principale sono poi sempre gli stessi, con qualche
capello bianco ma con le solite discussioni e le solite affermazioni sulle
donne, sulla politica, sul comportamento
ambiguo di Mimì. In effetti la bella Franca, ora vedova del barone, per
togliersi un terribile dubbio, si avvicina pericolosamente al professore che
viene salvato, o impedito a seconda dei punti di vista, da una serie di
telefonate inattese da parte della moglie e della figlia. Ma è Anna che gli
torna in mente, la ragazzina vicina di casa, il suo primo vero amore, o forse
l’unico, perché mai concluso. Tornano come da un lago di ricordi gli incontri
fugaci e intensi, la scoperta del proprio corpo e di quello dell’altro,
tutto di nascosto alle famiglie. Altri
tempi, altra mentalità: se fossero stati scoperti sarebbe stata una tragedia.
Poi la partenza e la promessa di vedersi ancora interrotta dalla tragica morte
di lei, arrivata come una fucilata in pieno petto perché nessuno poteva
immaginare quello che c’era stato tra di loro. E’ qui , in poche righe che si avverte forte il morso della
nostalgia, resa impossibile dalla morte e, forse anche si capisce
quell’atteggiamento passivo e privo di speranza di Mimì davanti all’amore. La zia Felicina,
croce e delizia di ogni nipote, lo cura
e lo coccola come fosse ancora un ragazzo
e lo consiglia sempre, anche senza farsene accorgere, tramite la sua
cura ossessiva del cibo. Si capisce che al di là di un atteggiamento
apparentemente bigotto e ottuso, zia Felicina capisce e comprende del mondo
molto più di tante donne, anche più giovani e smaliziate di lei. E poi, romanzo nel romanzo, c’è un Decamerone declinato
in calabrese con le deliziose storie raccontate da Giannuzzella al professore che ne deve
ricavare un libro per l’editore Vescovelli. Sono storie di famiglia,
particolari e intriganti, condite dal profumo dei cibi che la Musa di Mimì accompagna
ad ogni storia. Nel leggere questo
romanzo ho ripensato alla mia vita in un luogo che ho amato molto e da cui mi sono dovuta allontanare, ho
rivisto le case bianche nel riverbero del sole, quelle stradine in discesa, quei profumi
provenienti dalle cucine delle case allora sempre con le porte aperte per il
viandante, e poi in lontananza il mare come una linea azzurra indefinita tra
acqua e cielo.
Questa scrittrice ha il dono e la capacità di suscitare tante
emozioni, anche contrastanti, che vanno al d là del testo stesso, cosa che non capita spesso in altri autori. Mentre in questo libro si va avanti nella lettura, bisogna fermarsi
ogni tanto e guardare lontano e allora , come a Mimì, riaffiorano tanti ricordi
di un luogo lontano, di una persona molto amata che, smussati dal tempo, appaiono
incredibilmente belli, dolci e
consolatori del presente.
giovedì 13 ottobre 2022
Un'altra gradita recensione da una raffinata lettrice. "Il supplente" colpisce ancora
Recensione di Giulia Minea Papaphilipou
IL SUPPLENTE
Ho letto, su indicazione di altri amici lettori,”Il
supplente” di Laura Vignali. Già avevo letto altre opere di questa scrittrice e
ne ero rimasta impressionata per la sua capacità di usare un tono (falsamente)
leggero per esprimere situazioni e sentimenti profondi, coinvolgenti e a volte
dolorosi.
Quando ho cominciato “Il supplente” era il primo
pomeriggio, convinta che, come sempre, dopo mezz’ora di lettura avrei ripreso
le mie sudate carte e il mio lavoro. Non è stato possibile, e non è la prima
volta che mi capita con i testi di questa scrittrice. Ho letto, letto, letto ed
ho interrotto solo perché ormai i miei occhi erano troppo stanchi ed impegni
inderogabili, la cena, mi chiamavano. E poi ho ripreso, in pratica senza più smettere.
Isa, Toni e Tilde sono diventate nella notte le mie
compagne di classe di tanti, tanti anni fa. Sono tornata con loro nei corridoi
dalle grandi finestre del mio Liceo, ho udito di nuovo il brusio, lo scalpiccio
veloce dei ritardatari e le porte di classe che sbattono. Ero lì con loro,
quasi fisicamente, senza un filtro che mi dicesse che questo non era possibile.
E poi ho sentito, come allora, che i dubbi, le paure delle tre amiche erano i
miei di allora: il primo confuso approccio all’amore e al sesso, visto con gli
occhi di giovani donne che già avevano usufruito della rivoluzione sessuale
operata con tanta fatica dalle sorelle maggiori. Sono Tilde, Toni e Isa ragazze
che non usano mezzi e mezzucci per essere vere donne, brave nello studio e nel rapporto con gli
altri, coraggiose, temerarie in amore. Anche loro compiono errori, e chi non ne
ha commessi ai tempi dorati della giovinezza, faccia un passo avanti …
Il Ciampi, visto prima con rapimento e stupore in
una scuola ingessata e vecchia da sempre, si rivelerà grazie a loro per quello
che veramente è: un uomo piccolo, piccolo, un ganimede invecchiato
collezionista di avventure e di feticci, ma solo, solo come un cane per non
aver costruito nulla di vero, al di là della sua indubbia capacità di studioso
di letteratura. Le sue avventure di letto, nemmeno esaltanti per la partner di
turno, sono lo specchio del suo animo superficiale ed egoista, mai attento a
chi ha di fronte. Solo dopo tanti anni e
un lungo e doloroso lavoro di ripensamento, le tre Grazie diventaranno Erinni, dispensatrici
di una giustizia che al momento giusto era mancata.
Su tutti si innalza la figura di Leone Hofer che,
come un tragico Aiace, si vendica con la sua morte delle offese subite. La sua
ricerca di cambiare la società non poteva non scontrarsi con la supponenza del
Ciampi e del suo ipocrita mondo piccolo borghese. In fondo al Ciampi, e non
dico mai professore perché non lo merita, era facile innalzare e distruggere
chiunque si trovasse sul suo cammino con la stessa leggerezza con cui si spara
nei tirassegni delle fiere paesane. Il
gesto estremo di Leone e la lettera dolce e tragica a Toni, e
aggiungerei al mondo intero, suonano come uno schiaffo e un avvertimento
proprio a quel mondo ancora chiuso ai cambiamenti che, si avvertiva, erano
ormai alle porte e non più rimandabili. Il Ciampi nella sua piccolezza umana
non poteva competere con un ragazzo che aveva nella sua risolutezza e nel suo
candido ottimismo di riuscire a fare qualcosa di buono, i segni del gigante, e
così usa la sua unica arma: la vendetta, la più meschina e la più vile. Leone
subisce il crollo delle sue speranze, perde l’anno scolastico e l’esame di
maturità, del tutto innocente senza però poterlo dimostrare in un ambiente
chiuso in se stesso e incapace di alzare lo sguardo verso l’altro.
Come non ricordare episodi, certamente meno tragici,
ma simili nel loro squallore, avvenuti in qualche classe del proprio Liceo? E
quanti Ciampi, anche in gonnella, c’erano e ci sono ancora a giro?
In questo senso il libro è esemplare, descrive un
mondo che non ha più tempo, ‘“allora” può essere anche “oggi”, se ascoltiamo
qualche alunno che abbia o abbia avuto
il coraggio di essere divergente
dalla mentalità richiesta in questo ambiente.
Niente sfugge all’autrice nel descrivere, nel far
sentire sulla pelle, il dolore e il bisogno di capire e capirsi delle tre
ragazze che poi sono, in un certo senso, tutte le ragazze del mondo di allora.
Toni mi è rimasta nel cuore più di tutte. I suoi
capelli rossi come una sfida, la sua determinazione, la sua famiglia disastrata
e poco amorevole, la fanno risaltare come una eroina. Isa e Tilde hanno una
famiglia, anche se con tanti difetti, ma sono in qualche modo protette, Toni
invece non ha paracadute. E chi proviene da una famiglia disastrata come la
sua, non può non sentirsi amica e sorella, anche nella forza che mette per
uscire da una situazione che potrebbe renderla rancorosa e cattiva. E Toni è
tutt’altro e lo dimostra.
E poi Marco Tullio, classico giovane letterato, di
buona famiglia, senza esperienza del mondo e soprattutto delle donne. Lui è
sempre tra le nuvole ed è Rosy la sua realtà, quella anche fisica, che lo riporta sulla Terra. Il
buonsenso di Rosy e la sua mancanza di stereotipi, spesso presenti in antichi
liceali, sono il lasciapassare per una vita vera, che, si intuisce, renderà
felice l’imbranato studioso.
Devo aggiungere altro per convincere altri lettori ad avvicinarsi a questo bel
romanzo?
Penso di no. Aggiungo anche un bravo all’autrice, e
un grazie per le emozioni, i ricordi, la
nostalgia di un tempo forse anche felice, per i moti dell’anima che con la sua
scrittura è riuscita a suscitare.
lunedì 26 settembre 2022
Una recensione ( generosa e assai gradita) della prof.ssa Elisabetta Colonnesi, lettrice e amica di lunga data. Grazie, Elisabetta!
Ho letto diversi libri di
questa autrice, anzi di questa scrittrice. Perché della scrittrice vera ha lo
stile personalissimo di scrittura, sensibilità e capacità, in certi passaggi,
uniche nel descrivere dal dentro i personaggi. Non posso nemmeno dire che sia
una scrittrice solo al femminile, anche se le donne sono spesso il personaggio
chiave della storia, perché gli uomini, i maschi appaiono con le loro debolezze
ma anche con la fragilità e le paure di tanti esseri umani, tanto da creare una
straordinaria empatia. Fughe e ritorni, inganno e verità, anzi false verità,
sono la traccia su cui si muovono i personaggi alla ricerca di un qualcosa che
a volte sarebbe meglio non sapere. Ma la vita è proprio questa continua ricerca
di qualcosa che, a ogni età, risponda ai nostri desideri più nascosti. Definirei
quindi Laura Vignali scrittrice a tutto tondo che davvero merita di essere
letta e conosciuta anche al di fuori di un ambito esclusivamente regionale, se
non nazionale. Nei suoi libri c’è tanto:
personaggi come Orso e Ninà, che entrano nell’anima col loro amore fuori da
ogni canone di età, luogo, condizione sociale. O come Valeria e il suo
rifugiarsi in una speranza che , se è consolatoria sul momento, porterà dolore, ripensamenti ma anche una
vita nuova. Quando poi la scrittrice affronta temi legati al mistero o a
qualche lontano misfatto, aggiunge spesso, magari con una deliziosa citazione
classica di Don Bruno, un tocco di leggerezza che interrompe la tensione. Infine due parole sul paesaggio, senza dubbio
la campagna toscana, e poi Firenze con i suoi viali alberati, i rintocchi dei
campanili e le sue gelide panchine di pietra. E’ questo il paesaggio, la città che
la scrittrice conosce e sente profondamente nel quale i personaggi si muovono e
si stagliano quasi ritagliati come figure dallo sfondo. Non ho ancora letto “Il
supplente” e “L’estate di Mimì” che mi dicono siano bellissimi e per i quali mi
riservo una ulteriore e più precisa recensione. Brava Laura!
Elisabetta Colonnesi



