mercoledì 13 maggio 2020


Stasera mentre percorrevo lentamente via de’ Cancellieri, ho alzato lo sguardo verso le finestre della casa in cui sono nata. Mi sono soffermata per un breve istante davanti al portone che non ha più il colore grigio di un tempo e, mentre l’ultimo sole di maggio disegnava una striscia di luce sulle pietre sconnesse del vicolo, ho capito che era finalmente arrivato il momento di dare una voce al dolore e di ricomporlo in una sorta di malinconica tenerezza. Ora posso finalmente dirti quello che non ho saputo dire in tutti questi lunghi anni di naturali incomprensioni e di amore inespresso. Non voglio ricordarmi le tue ansie e le tue ossessioni, la tua fragile ostinazione e la tua pena di vivere. Ora che te ne sei andata, ti voglio pensare libera da ogni tormento, con il sorriso modesto e schivo delle tue vecchie foto in bianco e nero. Voglio ricordarti con il vestito della festa accanto al babbo, nei rari momenti in cui hai saputo stupirti, ridere e apprezzare la vita. Solo così riuscirò a perdonarmi di non aver saputo capire i motivi del tuo non volerti bene. Ora so che mi capisci e che pensi a me con orgoglio come alla figlia che “ se non fosse nata in casa si direbbe che l’hanno scambiata nella culla”. Non ti voglio ricordare nei momenti della sofferenza finale, con lo sguardo allucinato o perso nel nulla. Di te mi deve rimanere l’immagine mesta ma affettuosa mentre mi stringi le mani, ringraziandomi per il gelato che ti ho appena portato. Per questo ho colto i mughetti che ti piacciono tanto, così il loro profumo sarà la prova della tua presenza. Lo sai mamma, sembra strano ma ora che sei altrove, ti sento più vicina. Finalmente serena e libera da ogni tormento.




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